“To Build a Home” è uno spettacolo commovente, intenso e soprattutto “vero”, andato in scena nella serata di sabato 26 settembre al Teatro Aurora di Velletri (Roma). Ha riscontrato un grande successo la prima opera del Teatro e Metodo “Oltre-Genesis” ideato e diretto da Giorgio Michele Todrani, che attraversa i temi della morte, del lutto e della memoria con finalità di natura artistica, culturale e di ricerca. Restano con me i silenzi nel cuore, i singhiozzi di sofferenza tra qualcuno del pubblico, l’osservazione dei miei lutti, con l’amore verso le immagini di chi si manifesta.
Todrani è criminologo, pedagogista, autore e registra teatrale. Oltre-Genesis è un suo lavoro di ricerca e ricerca teatrale che porta avanti da due anni in autonomia e poi al DAMS di Roma Tre. La sua compagnia teatrale prende il nome dal Metodo stesso. Abbiamo intervistato l’autore e anche attore, dopo la visione dello spettacolo all’Aurora.
Spieghiamo cosa è e cosa non è “Oltre Genesis”, come è nata l’idea, quale è la sua finalità
Oltre-Genesis è un metodo di creazione teatrale, e per spiegarlo conviene partire da ciò che non è. Non è uno stile, cioè un modo riconoscibile di mettere in scena. Non è una scuola di recitazione, perché non riguarda soltanto l’attore. E soprattutto non è una terapia, non prometto di curare nessuno, e diffido di chi lo promette a nome del teatro.
È un modo di costruire lo spettacolo a partire da una domanda precisa: “che cosa accade nel corpo e nella coscienza di chi guarda?” Per rispondere tengo insieme tre campi del sapere che di solito non dialogano.
Le neuroscienze ci dicono che lo spettatore non osserva mai in modo passivo. Il suo corpo, in parte, simula ciò che vede, e così l’esperienza dell’altro diventa un’esperienza che lo attraversa.
La fenomenologia studia l’esperienza vissuta in prima persona, il modo in cui ciascuno di noi abita il tempo, lo spazio, la memoria.
La teoria del rito mi ricorda da dove viene il teatro: da una comunità che si riunisce per attraversare insieme una soglia che una persona da sola non riuscirebbe ad attraversare, come la nascita, il passaggio all’età adulta, la morte.
Ogni scelta di scena, il ritmo, la luce, il silenzio, lo spazio tra chi agisce e chi guarda, nasce dall’incrocio di questi tre sguardi. Mi riconosco in una linea che va da Artaud, Grotowski a Barba, per la quale il teatro non è un ornamento ma un’esperienza che agisce su chi l’attraversa.
Quello che provo ad aggiungere è il rigore, dire con precisione che cosa accade, e poterlo verificare. Il nome “Oltre-Genesis” è questo: la possibilità di andare “oltre” le cose e l’apparenza, per arrivare alla profondità reale dell’intenzione.
Proprio come diceva Artaud nel suo Teatro della crudeltà, dove “crudeltà” non è inteso come sangue o sadismo, significa rigore, necessità implacabile, adesione totale alla vita. Secondo lui il teatro occidentale si era ridotto a psicologia e conversazione, a testi da illustrare.
Lui voleva il contrario, cioè un linguaggio della scena fatto di gesto, grido, respiro, luce e spazio, capace di colpire lo spettatore come uno shock fisico.
Lo spettatore doveva stare al centro, ed io riprendo questo concetto, evolvendo la crudeltà rendendola reale.
Il teatro è il luogo dove quella realtà nascosta torna a farsi sentire nel corpo. La vita è reale, ciò che accade in scena è reale, anche se pur portando qualche avvenimento, e ci si “allena” per mesi per ricrearlo, la messa in scena lo rende reale.
Quando si parla di vita, di lutto, di amore, di violenza, nulla può essere sottratto alla realtà della crudeltà della vita. Il mio percorso attraversa la pedagogia, la criminologia clinica e la scena. Sono tre modi diversi di stare davanti all’essere umano nei momenti in cui qualcosa si rompe o si trasforma.
Il primo banco di prova è stato “He Stole My Voice”, nel 2023, ed è ciò che ha dato vita all’intuizione sul Teatro Oltre-Genesis. “To Build a Home” è il primo spettacolo concepito interamente dentro il Metodo. La finalità è duplice. Da un lato, restituire al teatro la sua funzione più antica: essere il luogo in cui una comunità attraversa insieme ciò che fa paura, a cominciare dalla perdita.
Dall’altro, fare in modo che il Metodo non resti una cosa mia, legata al mio intuito o alla mia presenza. Un metodo che funziona solo nelle mani di chi l’ha inventato non è un metodo, è un talento.
Per questo lo sto formalizzando nel mio lavoro di ricerca al DAMS dell’Università Roma Tre, e ho iniziato a trasmetterlo a una prima collaboratrice, che ha seguito passo passo la nascita di questo spettacolo.
“To Build a Home” è il titolo dell’opera, in italiano “Costruire una Casa”, che affronta il delicato e complesso tema del lutto.
Durante lo spettacolo la parola casa è stata il centro costante della comunicazione e il protagonista, un uomo deceduto, affronta lo specchio della propria coscienza con “dentro” tutto ciò quello che vi abita e che viene messo in scena, in un continuo dialogo con la Morte scandito anche da assordanti silenzi.
Qual è la domanda a cui cerca di rispondere tutto questo?
La domanda è quella che la Morte rivolge al protagonista: «Non c’è giudizio nell’aldilà, solo una domanda semplice: hai amato abbastanza?».
In quella frase c’è tutto lo spettacolo. Non volevo una Morte che giudica. Il nostro immaginario ce la consegna quasi sempre come un tribunale: la bilancia, il conto da saldare, la sentenza.
Anche il lutto, quando lo viviamo, prende spesso questa forma. Chi resta si interroga su ciò che ha sbagliato, su ciò che non ha detto in tempo, su ciò che avrebbe potuto fare. È un bilancio fatto di colpa.
“To Build a Home” cambia il criterio di quel bilancio: non importa quanto sei stato giusto, quanto sei stato bravo, quanto hai ottenuto. Importa quanto hai amato.
È una domanda che non concede alibi, perché nessuno può rispondere al posto nostro; ma non contiene nemmeno una condanna, perché l’amore non si misura in errori.
Da qui la parola casa, che attraversa tutto lo spettacolo. Il titolo non parla di una casa costruita, ma dell’atto di costruirla: il verbo è all’infinito, perché una casa non è mai finita. È fatta di muri, ma soprattutto di ciò che la abita, come i gesti ripetuti, le parole dette e quelle taciute, le presenze e le assenze.
Quando qualcuno muore la casa resta in piedi, ma cambia natura diventando memoria. La struttura della scena segue questo movimento. Il protagonista muore sul fondale, nel punto più lontano dal pubblico. La sua anima raggiunge il proscenio, il punto più vicino a noi, e da lì rivive a ritroso i momenti importanti della vita con la moglie.
A ritroso, perché il lutto funziona così: si parte dalla perdita e si risale verso l’inizio, e soltanto allora ci si accorge che la casa si stava costruendo nei gesti piccoli, non nei grandi eventi. Lo specchio della coscienza di cui parla la domanda, in fondo, è la platea: il protagonista si guarda dentro guardando il pubblico.
I silenzi non sono pause, sono lo spazio che lascio allo spettatore perché ci metta la propria storia, i propri cari passati “oltre”, la propria casa. In quei momenti lo spettacolo smette di essere mio e diventa ciò che deve essere: un rito collettivo.
Per questo la domanda di Morte non è rivolta soltanto al protagonista, ma a ciascuno di noi, seduto in sala, e ognuno esce dal teatro con la propria risposta, o con il coraggio di cercarla.
La morte in “To Build A Home” è una mise en abyme, la morte nella morte, una profondità che solo la vita può offrire. L’atto ineluttabile del morire e l’Amore come atto volontario – forse anche incondizionato delle volte – più grande che supera la morte e rispondo con un’altra citazione diretta dallo spettacolo «Morire è una parola. Amare, anche dopo la morte, è un verbo che resta».
Giorgio, tu sei criminologo, pedagogista e regista teatrale. Il progetto sviluppato attraverso le tue competenze e la ricerca sul campo ti ha certamente dato modo di avere una restituzione attraverso le testimonianze e le reazioni di chi fa l’esperienza dello spettacolo.
Quali sono i benefici e quali gli “effetti collaterali” riscontrati nel pubblico dopo questa esperienza immersiva e di trasformazione interiore?
C’è un aspetto o un tipo di reazione in particolare che non ti aspettavi o che ti ha meravigliato? Che impatto ha questo percorso su di te come individuo?
Rispondo da criminologo prima che da regista, perché su questo punto la precisione è un dovere. Non ho ancora dati misurabili, quindi non posso parlare di benefici in senso clinico, e non voglio farlo.
In questa fase la ricerca è qualitativa, con interviste e feedback raccolti dagli spettatori, cioè il racconto in prima persona di ciò che hanno vissuto in sala e dopo. Quello che è emerso è stato intenso.
Diverse persone, senza essersi messe d’accordo, hanno usato la stessa parola (anche tu Serena): «ne sono uscito trasformato», «Giorgio, i tuoi spettacoli trasformano».
Parlerei di effetti, più che di benefici, ed uno va nominato con onestà, e che la domanda chiama giustamente «collaterale»: uno spettacolo sul lutto, il lutto lo riapre. Chi ha perso qualcuno entra in sala con quella perdita addosso, e lo spettacolo non la lascia fuori dalla porta, ma la chiama in scena.
Come in “He Stole My Voice” (che tratta la violenza di genere, ed è un’opera purtroppo tratta da un evento reale) il rischio di ri-traumatizzazione è dietro l’angolo. Non lo considero un difetto del lavoro, ma la misura della sua responsabilità.
Chi costruisce un’esperienza di questo tipo tocca materia viva, e deve sapere come accoglierla e accompagnarla. Quello che non mi aspettavo è stato l’avverarsi delle mie ipotesi che ho inserito nella tesi del DAMS di Roma Tre.
Queste testimonianze coincidono con ciò che il Metodo prevede. Ma devo essere onesto anche con me stesso, in quanto un’ipotesi confermata da chi applaude non è ancora un’ipotesi verificata. Il racconto in prima persona dice che cosa una persona ha vissuto, non che cosa è accaduto nel suo corpo mentre lo viveva.
Per questo, dal prossimo spettacolo, vorrei affiancare alle interviste misurazioni fisiologiche, come l’attività cerebrale rilevata con l’EEG e altri indicatori. Né il racconto né il dato fisiologico, da soli, bastano: è nel loro incrocio che si può dire qualcosa di serio sull’esperienza teatrale. Se il Metodo Oltre-Genesis trasforma, deve poterlo mostrare senza chiedere a nessuno un atto di fede.
Per anni il Metodo è stato fatto di pagine, ipotesi, letture, prove, correzioni. La sera del debutto l’ho visto per la prima volta uscire dalla carta e incontrare persone reali. Durante lo spettacolo ho guardato più il pubblico che la scena.
Sentire le persone piangere, sussultare, ed in quel momento ho capito una cosa: in un teatro come questo, il regista è anche il primo testimone del rito che ha costruito, e non può restarne fuori.
Nelle arti marziali giapponesi c’è una parola che ho fatto mia: zanshin. È l’attenzione che resta quando il gesto è compiuto, il colpo è partito, ma la mente non si spegne. È lo stato in cui mi trovo adesso. Non euforia, ma vigilanza.
Le parole di chi mi ha detto di essere uscito trasformato mi hanno commosso, consegnandomi una responsabilità: se tocchi il sentito, il vissuto, le emozioni delle persone, devi rispondere di ciò che hai toccato.
E c’è una cosa che non avevo messo in conto. Uno spettacolo sul lutto chiede anche a chi lo firma di guardare le proprie perdite, che sia se stesso o anche il luogo di appartenenza.
E io mi sono guardato dentro, e come dico nel monologo mi perdono anche un po’. Forse è questo il senso più semplice del titolo: una casa si costruisce anche con ciò che si è perso.
Come evolverà questo progetto?
Lungo tre direzioni, che per me sono inseparabili.
La prima è la ricerca. Il metodo sta prendendo forma scritta nel mio lavoro di tesi al DAMS di Roma Tre, e intendo proseguire questa ricerca in magistrale. La considero una prima tappa, non un punto d’arrivo.
Sul piano sperimentale, il passo successivo è quello che ho descritto, ossia affiancare ai dati qualitativi le misurazioni fisiologiche partendo dal prossimo spettacolo.
La seconda è la trasmissione. Un metodo esiste davvero soltanto quando altri possono impararlo, applicarlo e anche metterlo in discussione. Voglio che Oltre-Genesis possa essere insegnato ad altri artisti, e la prima trasmissione è già in corso.
La terza sono gli spettacoli. Eventuali repliche di “To Build A Home” con date da definire e sto riprogrammando “He Stole My Voice” sotto la mia regia, proposto alle scuole insieme a un modulo in classe, un dossier pedagogico e criminologico, condotto con un’arteterapeuta e una psicoterapeuta, questo perché nelle classi, con adolescenti, non puoi permetterti di improvvisare, per quanto bello il teatro qui si lavora con metodo e criterio, ed è anche per questo che nasce Oltre-Genesis.
Faccio anche una piccola anticipazione: sto montando un nuovo spettacolo, sempre da me scritto, applicando il Metodo/Teatro Oltre-Genesis, dal titolo “La Stanza dei Fiori”, per il 29 novembre 2026, al teatro Aurora di Velletri, devolvendo una parte del ricavato.
E infine una cosa la dico a Velletri, perché sarà Velletri a leggere queste parole. Questo progetto è nato qui e vorrei che crescesse qui.
Oggi mancano due cose: uno spazio stabile, dove provare, formare e fare ricerca, e le risorse per la strumentazione scientifica che la ricerca richiede. Se qualcuno, istituzione o privato, vuole costruire questa casa insieme a noi, la porta è aperta.




