L’ossessione di Bacon e il “falso” ritratto: quando un’immagine diventa reale

L'ossessione di Bacon e il falso ritratto quando un'immagine diventa reale

Nel secondo appuntamento della rubrica “Arte per Tutti”, la storica dell’arte Veronica Panfili ci racconta dello Studio dal Ritratto di Innocenzo X di Velázquez, realizzato da Francis Bacon nel 1953 ispirato da un’ossessione che conferma un’intuizione di Warhol e che attinge a una delle immagini più iconiche del cinema muto sovietico. Buona lettura! – Serena Squanquerillo 

 

“La vita non è forse una serie di immagini che si ripetono?”

Questa celebre intuizione di Andy Warhol racchiude una verità profonda: più un’immagine scorre davanti ai nostri occhi, più si deposita in noi, diventando familiare, intima, quasi parte integrante del nostro vissuto.

Cosa accade, però, quando questo cortocircuito visivo investe uno dei pittori più tormentati del Novecento?

La risposta risale al 1953, l’anno in cui Francis Bacon dà vita al suo celebre Studio dal Ritratto di Innocenzo X di Velázquez, oggi custodito presso il Des Moines Art Center nell’Iowa.

 

 

 

Quel Papa “Troppo vero” che stregò i secoli

Per comprendere l’ossessione di Bacon è necessario fare un salto indietro nel tempo, fino al 1650. Sul soglio pontificio siede Giovanni Battista Pamphili, eletto al soglio di Pietro con il nome di Innocenzo X il 15 settembre 1644.

È lui a commissionare il proprio ritratto al maestro spagnolo Diego Velázquez. Il risultato è un capolavoro di spietato realismo. Velázquez rinuncia a qualsiasi idealizzazione; cattura lo sguardo severo, diffidente e quasi implacabile del pontefice.

Davanti a una simile e spietata aderenza al vero, lo stesso Innocenzo X non poté fare a meno di esclamare la celebre frase: “Troppo vero!” Secoli dopo, quella tela – oggi custodita alla Galleria Doria Pamphilj di Roma – si sarebbe trasformata nell’ossessione più profonda di Francis Bacon.

 

Ritratto di Innocenzo X di Velázquez
Ritratto di Innocenzo X di Velázquez.

 

L’inganno di Warhol: amare un’opera d’arte senza averla mai vista

È in questo preciso punto che la poetica di Andy Warhol si intreccia a quella di Bacon, svelando un paradosso straordinario: Bacon non vide mai il capolavoro originale dal vivo. Nonostante i soggiorni a Roma, rifiutò sempre di trovarsi al suo cospetto.

L’artista britannico studiò la tela di Velázquez esclusivamente attraverso le riproduzioni fotografiche di cataloghi e libri d’arte. Proprio come accade quando si osserva ossessivamente il fotogramma di un film, quell’immagine bidimensionale e stampata si trasformò per Bacon in un’esperienza totalizzante.

La memoria la assimilò al punto da tramutarla in un’ossessione geometrica e visiva: un vissuto viscerale, sperimentato sulla propria pelle senza aver mai respirato l’aria della sala della Galleria Doria Pamphilj in cui il quadro reale è custodito.

 

Dal ritratto celebrativo all’urlo dell’anima

Se Velázquez aveva dipinto il potere nella sua cruda realtà, Bacon compie un passo ulteriore: distrugge la funzione commemorativa della ritrattistica per proiettarci in un’esperienza umana drammatica.

Bacon prende la familiarità di quell’immagine e la deforma. In che modo? Sostituisce la regalità del trono con una gabbia geometrica che intrappola il pontefice, spogliandolo di ogni sicurezza e riducendolo a un urlo muto e lacerante.

Il Papa non è più il vicario di Cristo in terra, ma si trasforma nel simbolo dell’uomo moderno: isolato, terrorizzato e intrappolato nella gabbia della propria esistenza.



Reinventare la carne: la tela come “sismografo dell’angoscia”

Sfidando l’astrazione imperante del suo tempo, Bacon ha reinventato la figura umana nel Novecento. Attraverso la rilettura del capolavoro seicentesco di Velázquez, l’artista distorce l’immagine del potere per dare voce alla solitudine dell’uomo moderno.

La tela si trasforma in un “sismografo” capace di registrare la violenza e la fragilità dell’esistenza, scarnificando i corpi per metterne a nudo la carne pulsante e la psiche profonda.

Lo spettatore viene così travolto da un autentico visual shock: un’angoscia viscerale, specchio del tormento interiore vissuto dall’artista stesso.

Questa tensione drammatica si esprime attraverso una tavolozza cromatica da incubo, dove i toni scuri, i viola profondi e le campiture di rosso vengono profanati da sciabolate di giallo acceso.

Linee verticali che tagliano lo spazio, intrappolando il pontefice in una sorta di gabbia elettrificata.

 

Dalla Corazzata Potëmkin al Ragionier Ugo Fantozzi: le fonti segrete dell’urlo

Il capolavoro di Velázquez non fu l’unica fonte d’ispirazione per Bacon.

Sul volto stravolto del pontefice, l’artista inserisce un geniale e tragico omaggio al cinema di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

L’urlo del Papa ricalca il celebre fotogramma de La corazzata Potëmkin (1925), in cui la bambinaia, ferita a morte sulla scalinata di Odessa, urla di terrore. Bacon ne assorbe l’impatto visivo, restituendoci gli occhiali frantumati e la bocca spalancata della donna sul volto del pontefice.

Decenni dopo, in un sorprendente cortocircuito culturale, quella stessa memorabile sequenza diventerà il fulcro comico di una scena cult in Il secondo tragico Fantozzi.

In questo contesto, l’urlo e la celebre carrozzina si trasformano in strumenti di satira feroce contro l’intellettualismo di facciata e l’autoritarismo culturale.

Mondi espressivi distanti, eppure uniti dallo stesso nucleo: la reazione dell’individuo schiacciato dalle strutture di potere.

Un grido che trova nel Papa ingabbiato e smaterializzato di Francis Bacon la sua più tragica, potente e immortale incarnazione.

– Veronica Panfili

 

LEGGI l’articolo precedente su Caravaggio e il suo “Seppellimento di Santa Lucia”


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