Arte per Tutti – Il vuoto e la fuga: il dramma di Caravaggio nascosto nel “Seppellimento di Santa Lucia”

Il vuoto e la fuga il dramma di Caravaggio nascosto nel Seppellimento di Santa Lucia

Per il primo appuntamento con la neonata rubrica “Arte per Tutti”, la storica dell’arte Veronica Panfili ci racconta del dramma di Caravaggio nascosto nel “Seppellimento di Santa Lucia”. Come è nello spirito del blog-magazine, anche per questo spazio l’intenzione è quella di rendere la cultura e le varie arti accessibili e fruibili da tutti: gli occhi e la ‘penna’ appassionata di Veronica saranno dunque quelli di chi ci segue. Buona arte a tutti! – Serena Squanquerillo


Entrando nella Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, a Siracusa, si resta ipnotizzati dal Seppellimento di Santa Lucia. È il capolavoro realizzato da Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, nel 1608.

A colpire lo sguardo non sono solo i personaggi. È la vasta porzione di vuoto che domina la tela. Un grande muro rossastro bruno che occupa metà dello spazio. Quella parete opprimente esprime il senso di solitudine, angoscia e paura provato dall’artista durante il suo soggiorno siciliano.

Per comprendere la potenza di questo dipinto, dobbiamo fare un viaggio nella vita tormentata del genio che lo ha generato.

Dalla gloria di Roma al sangue di Campo Marzio

Michelangelo Merisi nasce a Milano il 29 settembre 1571. Prende il nome dal santo venerato quel giorno Michele Arcangelo.

Dopo la prima formazione nella bottega del pittore manierista Simone Peterzano, l’artista si trasferisce a Roma. Qui ottiene rapidamente committenze di enorme prestigio. La città papale diventa il palcoscenico del suo successo, ma anche della sua rovina.

Il 28 maggio 1606 la vita del giovane pittore cambia per sempre. Durante una partita a pallacorda in Campo Marzio, vicino a via della Scrofa, scoppia una rissa. Sotto il pretesto del gioco si cela un vero regolamento di conti: Caravaggio uccide Ranuccio Tomassoni.

Da quel momento, l’amato pittore della corte papale si trasforma in un fuggitivo condannato a morte.

Una caccia all’uomo tra Napoli e Malta.

Inizia una fuga disperata per scampare alla decapitazione.

Caravaggio si nasconde inizialmente nei feudi della famiglia Colonna, tra Palestrina, Zagarolo e Paliano. Verso la fine del 1606 ripara a Napoli. All’ombra del Vesuvio ritrova il successo e realizza un capolavoro assoluto: Le sette opere di Misericordia.

Le guardie papali sono però alle sue spalle.

Nel 1607 l’artista fugge ancora e sbarca a La Valletta, sull’isola di Malta. Viene accolto dai Cavalieri di San Giovanni. Per loro dipinge la Decollazione di San Giovanni Battista, l’unica opera in cui inserisce la sua firma, tracciandola drammaticamente nel sangue che sgorga dalla testa del Santo.

Sull’isola spera di ottenere l’immunità diventando Cavaliere. Il suo temperamento irrequieto però lo tradisce ancora: dopo una violenta rissa viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo.

È l’inizio dell’ennesima fuga rocambolesca che lo porterà, infine, proprio sulle coste della Sicilia.

Ad accoglierlo a Siracusa c’è l’amico e collega pittore Mario Minniti. Grazie alla sua intercessione, il Merisi ottiene una commissione prestigiosa: dipingere una tela per la chiesa dedicata alla patrona della città, Santa Lucia.

La permanenza a Siracusa dura però pochissimo. Ossessionato dai suoi inseguitori, Caravaggio fugge di nuovo verso Messina e Palermo, per poi riparare un’ultima volta a Napoli.

Qui realizzerà il David con la testa di Golia (oggi alla Galleria Borghese di Roma), considerato il suo vero testamento artistico. Poco dopo, il 18 luglio 1610, il genio muore in totale solitudine sulle spiagge di Porto Ercole. Aveva solo 38 anni.

L’ossessione della decapitazione.

L’ultimo periodo artistico di Caravaggio è costellato da un unico, tragico comune denominatore: la morte per decollazione.

L’artista dipinge ciò che vive sulla sua pelle. È la paura costante di essere catturato e di subire la pena di morte per l’omicidio commesso a Roma. Non è un caso che il volto del gigante Golia, mozzato e sanguinante, abbia proprio le sembianze di Caravaggio. Il pittore sapeva quale fine lo attendeva.

Questa stessa ossessione emerge inizialmente anche nel Seppellimento di Santa Lucia.

La tela non mostra il martirio, ma il momento successivo: la santa giace esanime a terra, il vescovo benedice il corpo e due necrofori scavano la fossa. Tale scelta iconografica è un omaggio al luogo: la chiesa sorgeva proprio sopra le catacombe in cui era stato ritrovato il corpo della martire.

I restauri hanno però rivelato un dettaglio scioccante.

In una prima stesura, Caravaggio aveva dipinto la testa di Santa Lucia completamente recisa dal collo. Era la proiezione della sua più grande fobia. Solo in un secondo momento, colto da un ripensamento, l’artista ha coperto il taglio netto, lasciando una profonda ferita sul collo: la santa, così, non muore decollata, ma per dissanguamento.

Un autoritratto nascosto tra la folla

Se si osserva con attenzione il gruppo di fedeli accorsi a venerare la martire, si nota un dettaglio clamoroso: un autoritratto di Caravaggio.

Lo si riconosce dai tratti fisiognomici: i grandi occhi tondi e sporgenti. Nel dipinto appare con la testa completamente rasata, proprio come facevano i fuggitivi per non farsi identificare.

Merisi è l’unico personaggio che non sta guardando la santa. Il suo volto è rivolto verso la mano benedicente del vescovo, illuminata da uno squarcio di luce salvifica. È la stessa grazia che Caravaggio spera disperatamente di ottenere dal Papa per poter tornare a Roma da uomo libero.

La firma del genio: il vuoto che schiaccia

Tutto intorno alla scena domina il vuoto. Un immenso muro scuro e opprimente incombe sulle figure, schiacciandole verso il basso. Quel muro non è solo un elemento architettonico: è la traduzione visiva dell’angoscia del pittore.

La morte della santa non è quindi un miracolo barocco fatto di angeli e gloria divina. È una morte fisica, sporca, reale.

Il Seppellimento di Santa Lucia resta una delle opere più intime e sentite di Caravaggio. Una tela che non si limita a raccontare una storia sacra, ma ci proietta dentro la mente di un uomo braccato, facendoci provare la sua stessa, terribile paura.

Veronica Panfili

 

Curiosità

La copertina dell’album Slave to the Grind (1991) degli Skid Row è stata realizzata dal pittore canadese David Bierk, che è anche il padre del cantante del gruppo, Sebastian Bach.

GUARDA l’approfondimento sugli Skid Row con Francesco Gallina nell’ultima puntata di “Ti racconto un Disco”.

 

Di seguito l’album musicale degli Skid Row, con la copertina su citata.

 

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