Dopo la pubblicazione del libro “Ambelebù – Scopri i giochi che non si fanno più… e giocaci anche tu” e la fondazione dell’omonima associazione culturale, con cui porta avanti il progetto Meleto Grande, sulle sponde del lago di Nemi (Roma), il veliterno Gianluca Lopez torna con un nuovo progetto.
Da un percorso che promuove la memoria, la partecipazione e il valore dell’incontro tra le persone nasce nel 2025 “Echo – Shared Peace”, un silent book senza parole ispirato all’esperienza di Lopez a Lampedusa, come istruttore subacqueo professionista. Le illustrazioni sono di Vittorio Marcello.
L’ho intervistato per farci raccontare questa bellissima iniziativa: «Forse è questo il cambiamento più importante: provare a trasformare una ferita in un’occasione di incontro, senza dimenticare da dove tutto è cominciato».

Spieghiamo che cos’è un Silent Book e come è nata l’idea del tuo libro
Un Silent Book è un libro che racconta attraverso le immagini, senza bisogno di parole e traduzioni. Il suo valore, però, va oltre la narrazione: sul piano pedagogico stimola l’osservazione, l’immaginazione, il pensiero critico e la capacità di interpretare e raccontare una storia.
Non offre risposte già confezionate, ma invita ogni lettore a costruire la propria, favorendo il dialogo, l’ascolto e il confronto tra punti di vista diversi. È uno strumento inclusivo, capace di mettere in relazione persone di età, lingue e culture differenti.
L’idea di Echo – Shared Peace nasce dalla mia esperienza a Lampedusa, dove ho vissuto da vicino il dramma delle migrazioni, anche attraverso il mio lavoro di sommozzatore. Davanti a certe tragedie, il senso di impotenza può trasformarsi in rabbia, ma sentivo il bisogno di fare qualcosa, di trovare un modo per rispondere.
L’incontro con il mondo dei Silent Book e con il progetto IBBY “Silent Books. Destinazione Lampedusa”, intorno al 2016, mi ha indicato una strada. Ho iniziato a immaginare una storia capace di attraversare il mondo senza parlare una lingua specifica: una bottiglia che viaggia e porta con sé un messaggio di pace. Insieme all’illustratore Vittorio Marcello, quel progetto ha preso forma in “Echo – Shared Peace”.
Qual è la finalità principale di questo progetto culturale e sociale?
La finalità è creare un’occasione di incontro, superando le barriere linguistiche e culturali. Credo che la pace non possa restare una parola astratta, pronunciata nelle occasioni ufficiali: deve diventare qualcosa a cui ciascuno contribuisce, anche con un piccolo gesto.
Echo non vuole spiegare al lettore che cosa pensare, ma offrirgli uno spazio in cui riconoscersi e partecipare. Il libro non si esaurisce nell’ultima pagina: il suo messaggio può continuare a viaggiare, passando da una persona all’altra. È questo il senso di Shared Peace: una pace condivisa, non semplicemente raccontata.
Il libro è accompagnato da “Add Your Echo”, definita come “pergamena” e dunque un veicolo di messaggio. Di cosa si tratta?
“Add Your Echo” è un invito a non restare spettatori. È una pergamena pensata per raccogliere il messaggio personale di chi incontra Echo: una riflessione, un pensiero, un desiderio di pace. Il libro racconta un viaggio, ma con la pergamena quel viaggio può proseguire nella realtà. Chi la riceve può aggiungere la propria voce, condividerla e farla arrivare ad altre persone.
Mi piace immaginare che, proprio come un’eco, un piccolo messaggio possa propagarsi molto più lontano di quanto immaginiamo. Il lettore diventa così parte attiva del progetto, contribuendo a costruire una storia collettiva che non ha bisogno di una lingua comune.
Dalla pubblicazione nel 2025, che riscontro ha ricevuto il libro a livello nazionale e internazionale?
Il percorso è ancora all’inizio, ma sono già arrivati segnali importanti. Echo – Shared Peace è presente nel catalogo delle biblioteche pubbliche dei Castelli Romani, dove ha ricevuto un ottimo riscontro, e anche nella biblioteca di Lampedusa, un luogo particolarmente significativo per un libro nato proprio dal legame con quell’isola.
Un altro passaggio importante è stato l’arrivo di Echo a Oslo, dove è stato letto e recensito da Anita Berge, legata a Read Silent Books e a Fabel, una realtà internazionale dedicata ai libri senza parole e all’incontro tra persone di lingue e culture diverse.
Per un progetto nato da un’esperienza personale a Lampedusa, raggiungere realtà che valorizzano questo linguaggio rappresenta una soddisfazione importante.
Il percorso è ancora da costruire, ma questi riscontri mi incoraggiano a proseguire e a cercare nuove occasioni d’incontro con lettori, educatori, biblioteche e associazioni che possano riconoscersi nel messaggio del libro.
Considerando il suo stretto legame con Lampedusa e l’origine del progetto da una profonda esperienza personale, che impatto ha avuto il progetto sul suo percorso interiore di individuo?
Lampedusa mi ha lasciato domande che non si possono archiviare. Da sommozzatore ho conosciuto il mare come ambiente di lavoro, ma ho anche visto le conseguenze umane delle tragedie legate alle migrazioni.
Ci sono esperienze che ti cambiano e che continuano a interrogarti anche quando ti allontani fisicamente dai luoghi in cui sono accadute.
Echo è stato il mio modo di trasformare quella sofferenza in qualcosa di costruttivo. Non cancella ciò che ho visto e non pretende di risolvere problemi enormi con un libro. Mi ha però permesso di spostare l’attenzione dall’impotenza alla possibilità di agire, attraverso la cultura e la condivisione.
Forse è questo il cambiamento più importante: provare a trasformare una ferita in un’occasione di incontro, senza dimenticare da dove tutto è cominciato.
Come evolverà il progetto?
Vorrei che Echo uscisse sempre più dai confini del libro per diventare un’esperienza condivisa. Parallelamente, attraverso l’associazione culturale Ambelebù, porto avanti il progetto Meleto Grande, sulle sponde del lago di Nemi: uno spazio dedicato alla natura, all’educazione, alla riscoperta delle esperienze all’aria aperta e alla costruzione di relazioni autentiche.
Vorrei che questi percorsi potessero incontrarsi, perché credo che la cultura della pace si costruisca anche attraverso il modo in cui impariamo a stare insieme e a prenderci cura del mondo che ci circonda. Mi piacerebbe portare Echo nelle scuole, nelle biblioteche e nelle associazioni, dando continuità anche ad Add Your Echo e facendo viaggiare la pergamena con i messaggi delle persone che sceglieranno di partecipare.
C’è anche un aspetto concreto a cui tengo molto: come è accaduto con il mio precedente libro, “Ambelebù – Scopri i giochi che non si fanno più… e giocaci anche tu”, vorrei che gli eventuali ricavi di Echo contribuissero a finanziare i progetti dell’associazione.
Non considero il libro soltanto un’opera da vendere, ma uno strumento che può aiutare a sostenere iniziative culturali e sociali. Non immagino necessariamente un grande progetto con grandi mezzi: penso a una rete di persone che, una alla volta, decidono di contribuire.
Se Echo riuscirà a far nascere anche un solo dialogo tra persone che altrimenti non si sarebbero incontrate e, allo stesso tempo, a sostenere progetti capaci di generare esperienze positive, avrà cominciato a realizzare il suo scopo.
Il Silent Book “Echo – Shared Peace” è acquistabile attraverso il sito ufficiale ambelebù.com
Per info: cell. 334.2310932.
(Articolo pubblicato anche sul giornale l’Artemisio di Velletri)
Di seguito un mini video racconto di una mia giornata presso l’associazione Ambelebù al Meleto Grande di Nemi, vicino le sponde del lago, tra natura, aria fresca e un silenzio rigenerante.


