La tavolozza delle emozioni: come il cinema usa i colori per condizionare la nostra mente

La tavolozza delle emozioni come il cinema usa i colori per condizionare la nostra mente

Qualche giorno fa mi rilassavo, riguardando uno dei miei film preferiti in dvd: “Al di là dei sogni” con un intenso Robin Williams. Oltre alla tematica che mi coinvolge molto (ne parlerò dopo), ero immersa in quei colori accesi e vivi, una tavolozza vivente di immagini che scorrevano.

Le emozioni che mi suscitano ogni volta sono forti tanto quanto quei colori urlanti o il buio più completo, a seconda della scena del film e dello stato di coscienza dei protagonisti. Un viaggio tra il dolore più disperato e la beatitudine dei sogni più belli.

Al di là dei gusti personali, chi conosce quel film sa di cosa parlo: per tutto il tempo sono rimasta letteralmente intrappolata dentro un quadro a olio in movimento, tra distese di fiori che sembravano pennellate fresche e cieli che ricordavano i tormenti di Van Gogh.

Addirittura, in questo film i personaggi, Robin in particolare interagisce il colore, si macchia, ci cade dentro. Finché non si rende conto di essere lui stesso il “pittore” nelle sue scene e impara a dipingere il suo mondo…

A film finito, mi sono sentita “derubata” da uno stato di stupore e innamoramento che avevo conquistato in me. Lì mi sono ancora resa conto di quanto le nostre emozioni e la nostra mente siano continuamente influenzati da ciò che osserviamo e che ci accade, soprattutto quando siamo in uno stato di “passiva ricettività”.

Conoscendo già il film, ho lasciato che ciò fosse, perché sapevo che mi sarei goduta quella grande storia d’amore familiare.

Quando guardiamo un film, siamo convinti di essere noi a decidere cosa provare. Ma è un’illusione. In realtà, spesso, siamo ostaggi del regista e della sua “tavolozza di colori”. Sì, certo non è solo questo – vogliamo parlare della musica!? -, ma ora è sul tema dei colori che vorrei soffermarmi.

I colori al cinema possono essere armi psicologiche. Un po’ come facevano i pittori del Rinascimento con i loro codici segreti sulla tela, i registi usano i colori per manipolare il nostro subconscio (per non parlare degli spot pubblicitari). Installano in noi un’emozione prima ancora che i personaggi aprano bocca.

Per fare qualche esempio sull’impiego delle palette di colori, ho scelto quattro film conosciuti su cui ho voluto approfondire l’utilizzo del colore trasformato in un pezzo forte della storia, a partire proprio dal capolavoro visivo di cui ti raccontavo.

Le immagini che posto sono prodotte con l’Ai e sono ispirate ai quatto film.

 

1. La pittura che prende vita in Al di là dei sogni: la materia dell’anima

Al di là dei sogni: la materia dell'anima.

Se parliamo di legame viscerale tra arte e cinema, questo film è veramente un grande esempio.

Il film drammatico e fantastico del 1998 è stato diretto da Vincent Ward, tratto dal romanzo di Richard Matheson.

Dopo una tragedia in famiglia, Chris Nielsen, il personaggio di Robin Williams, muore e va in paradiso, ritrovandosi letteralmente dentro un quadro a olio dipinto da sua moglie Annie, interpretata dall’attrice Annabella Sciorra… Non svelo troppo per chi non lo avesse visto.

Il regista Vincent Ward ha usato una pellicola speciale, la Fuji Velvia, nota per la saturazione estrema dei colori. Il risultato è un paradiso materico, dove l’erba lascia tracce di vernice fresca sulle scarpe.

Ma il colore è soprattutto un termometro emotivo. Finché c’è speranza, i blu e i rossi sono caldi e pastosi, e le pennellate dinamiche e fluide, come nelle tele di Van Gogh.

Quando la storia precipita all’inferno, le luci si spengono. Veniamo risucchiati in un incubo grigio, desaturato, angosciante, come nelle visioni cupe di Hieronymus Bosch.

Il colore smette di essere luce e diventa fango. La sofferenza soffoca e quasi annulla la coscienza e il ricordo di sé e di chi si è amato e perduto.

Ma, alla fine, i colori tornano…

 

2 . Il Rosso in Il sesto senso: l’indizio dell’invisibile

Il sesto senso: l'indizio dell'invisibile

Nel thriller/horror psicologico e soprannaturale del 1999 scritto e diretto da M. Night Shyamalan, il rosso è un vero e proprio “allarme visivo”. Non serve ad arredare. Serve a creare un intenso stato di tensione, di allarme. Dà indizi, è il ponte che collega la realtà dei vivi al mondo dell’oltre.

Infatti, se si fa attenzione durante la visione, ci possiamo accorgere che compare quasi esclusivamente quando il mondo dei vivi entra in contatto con quello dei morti. La maniglia di una porta, una coperta, il vestito di un personaggio o un palloncino a una festa.

Il regista usa questo trucco cromatico per gridare al nostro subconscio una cosa precisa: in quella stanza sta per accadere qualcosa di sovrannaturale. Ci si ritrova con il fiato sospeso ancora prima di capire cosa accada davvero.

 

3. I toni pastello di Grand Budapest Hotel: la nostalgia come difesa

Grand Budapest Hotel: la nostalgia come difesa

Grand Budapest Hotel, è una commedia drammatica (dramedy) del 2014. L’ho vista qualche anno fa e sinceramente non ricordo molto bene la trama e i dettagli, mentre rammento la particolarità dei colori.

I film di Wes Anderson sono paragonati a torte nuziali. Rosa confetto, giallo pallido, azzurro cielo. Ma è un inganno. Sotto la pasta di zucchero c’è il dramma.

In Grand Budapest Hotel veniamo immersi in un mondo dolciastro e geometrico, dove probabilmente anche le forme servono a comunicare un ordine preciso, matematico dove in realtà quest’ultimo ha lasciato il posto al caos della guerra e delle emozioni.

I toni pastello, apparentemente allegri e bambineschi, creano un contrasto evidente con la trama: il film parla di guerra, declino, solitudine e della fine violenta di un’epoca. Siamo nella Belle Époque.

Il rosa non racconta la felicità. È il filtro disperato della nostalgia attraverso cui il protagonista, Monsieur Gustave H., il concierge dell’hotel interpretato da Ralph Fiennes, ricorda un passato splendido che non tornerà.

I colori sono dunque una maschera colorata per coprire un lutto.

 

4. La desolazione al neon di Blade Runner 2049

Blade Runner 2049

Il film di fantascienza, distopico, del 2017, diretto da Denis Villeneuve, è un sequel del cult del 1982 Blade Runner, diretto da Ridley Scott.

Personalmente, preferisco di gran lunga il primo, l’originale da cui tutto è nato già solo per la presenza di Roy Batty, l’antagonista, interpretato da un magistrale Rutger Hauer.

In Blade Runner 2049, Denis Villeneuve e il direttore della fotografia Roger Deakins hanno usato blocchi di colore netti per prenderci a schiaffi emotivi.

Le scene all’aria aperta sono un deserto di grigi nebbiosi, bianchi accecanti o gialli polverosi. Trasmettono un senso di solitudine opprimente, un vuoto interiore totale.

Questo squallore viene interrotto solo dalle luci al neon artificiali, dai rosa e dai blu violenti degli ologrammi.

Il messaggio visivo: in questo futuro distopico, i colori vivi appartengono alle illusioni tecnologiche (sigh). La realtà, invece, è morta e sbiadita. Della serie: natura dove sei? Non ti vediamo più! Siamo vivi?

La prossima volta che premerai play sul telecomando, concentrati sulle sfumature della scena. Qual è il colore che domina lo schermo? Cosa pensi ti stia comunicando il regista?

Soprattutto, qual è il film che ti ha impressionato di più per le sue scelte cromatiche?

Robin Williams in una scena di Al di là dei Sogni
Robin Williams in una scena di “Al di là dei sogni”.
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