“La cura come rischio necessario. Voci da un Servizio di Salute Mentale che R-esiste” è il libro scritto dalla psicoterapeuta Giuseppina Gabriele e da Emanuele Caroppo, psichiatra, dottore di ricerca e psicoanalista SPI (Società Psicoanalitica Italiana), che hanno presentato il lavoro dedicato al fondamentale tema della salute mentale, nel pomeriggio di giovedì 19 febbraio presso il Mondadori Bookstore di Velletri (Roma). In presenza di un folto pubblico, gli autori hanno proposto alcune riflessioni sull’argomento in base ai loro studi ed esperienze, al loro servizio. Vi invito a leggere l’approfondito dibattito che segue. Buona lettura e buona salute!
Durante l’incontro, i Dottori si sono focalizzati, in particolare, sul loro operato in un quartiere di Roma non di facile gestione e a livelli strutturali minimi come quello di Tor Bella Monaca. I due dottori hanno dato molto spazio al dibattito con altri operatori nel campo dell’educazione, del volontariato e della politica, sul tema. Durante l’incontro moderato dalla giornalista Fabiana Catteruccia, sono intervenuti: Serena Incani, dirigente scolastico dell’IIS Salvo d’Acquisto, Emanuela Proietti, maestra della scuola primaria “Campanile” di Lariano, Chiara Ercoli, vicesindaco di Velletri, e Ombretta Colonnelli, presidente dell’associazione di volontariato A.N.D.O.S. (Associazione Nazionale delle Donne Operate al Seno) di Velletri-Lariano.
L’attore Sebastiano Colla ha letto alcune toccanti testimonianze, tratte dal libro, di pazienti con depressione, ma prima di tutto di esseri umani che hanno scoperto una loro normalità cercando, seppur con tutte le difficoltà, il loro posto nel mondo. La tematica resta molto delicata anche perché c’è ancora molto da fare contro lo stigma che non permette agli individui di dire liberamente “ho la schizofrenia”, “ho la depressione” senza rischiare l’emarginazione sociale, nella vita di tutti i giorni, nel riuscire a ottenere un lavoro.
L’intervento del dottor Emanuele Caroppo, psichiatra, dottore di ricerca e psicoanalista SPI.
La salute mentale non è solo un disturbo, ma una promessa che un essere umano potrà essere pienamente se stesso nonostante o con la presenza di un disturbo. Ed è questo che cerchiamo di trasmettere con il libro, affinché ognuno acquisisca una consapevolezza proprio perché la definizione che diamo è questa: “La salute mentale è un bene pubblico e come tale va difeso perché è un diritto ed è anche un nostro dovere”.
Perché se non siamo noi i primi a difendere la nostra salute mentale per quale motivo, ce la dovrebbero difendere gli altri?
Questo è un libro che nasce da un territorio difficile, però il bello delle sfide è quello. E allora la possibilità di essere su un territorio di questo tipo ti dà la possibilità di dire che il cambiamento è possibile. Il servizio pubblico è tale se ha quello spirito di servizio che è richiesto a chi vi opera e un mandato etico specifico.
La sfida è politica di chi è a contatto con i cittadini e svolge quel ruolo di poter imprimere una trasformazione affinché la “Polis” possa rispondere a quel diritto che noi chiamiamo salute mentale. È una sfida culturale educativa dei docenti, che osservano i fenomeni a scuola e si confrontano con i genitori, ci sono poi anche l’associazionismo e la dimensione artistica che diventa terapeutica.
La dirigente scolastica dell’IIS “S. D’Acquisto” di Velletri, Serena Incani ha condiviso la sua esperienza scolastica, con un approfondimento che ha evidenziato dati importanti e preoccupanti relativi ai giovani, condivisi anche dagli altri docenti presenti.

La scuola è il primo spazio strutturato in cui il bambino, il ragazzo viene messo alla prova e impara a stare in relazione e a costruire un’identità. È il luogo dove emergono per la prima volta i segnali del disagio, il ritiro, l’aggressività, l’ansia da prestazione, le difficoltà relazionali, i disturbi alimentari, le condotte autolesive. E troppo spesso è il luogo dove questi segnali vengono colti per ultimi o a volte fraintesi o ignorati.
Il nodo è quello della prevenzione, delle intercettazioni precoci e della promozione del benessere. Non possiamo parlare di scuola e di salute mentale senza affrontare ciò che è accaduto dopo la pandemia da Covid 19.
Secondo i dati Istat e le indagini del Ministero della Salute, tra il 2020 e il 2024, si è registrato un incremento del 30-40% di disturbi di ansia e depressivi nella fascia di età compresa tra 11 e 18 anni. 30-40% quindi un incremento esponenziale. I ricoveri per disturbi neuropsichiatrici in età evolutiva sono aumentati in modo significativo, così come gli accessi ai pronto soccorso per autolesionismo e deviazione suicidaria tra i giovanissimi.
L’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che un adolescente su quattro presenta sintomi depressivi, uno su quattro, clinicamente significativi e uno su cinque mostra livelli elevati di ansia. Quindi in una classe che ipoteticamente accoglie 25 studenti, cinque di loro hanno disturbi importanti.
Gli autori del libro osservano che il disagio psicologico post pandemico, l’abuso di sostanze in età precoce e l’aumento delle fragilità scolastiche e familiari rappresentano bisogni emergenti che richiedono nuove risposte.
Nelle nostre scuole vediamo ragazzi che non riescono a entrare in classe, paralizzati dall’ansia, adolescenti che passano notti intere sugli schermi e poi al mattino si presentano in classe come degli involucri vuoti. Vediamo un aumento di crisi di panico, di fobie sociali, di disturbi del comportamento alimentare.
Vediamo il ritiro sociale, i cosiddetti hikikomori (“stare in disparte” in giapponese ndr), che in Italia non è più un fenomeno marginale, ma riguarda, secondo alcune stime, tra 50.000 e 100.000 giovani che decidono di non uscire dalle loro stanze e vediamo famiglie che vagano tra pediatri, pronto soccorso e sportelli di ascolto sovraccarichi.
Il Covid non ha creato il disagio, ma ha accelerato e reso visibile ciò che già covava. Una società che chiede ai giovani di performare, di competere, di vincere, di eccellere senza offrire loro gli strumenti emotivi e relazionali per farlo e, soprattutto, per affrontare la sconfitta, che è un valore sacro. I ragazzi cercano invece di evitarla a tutti i costi perché guardano noi adulti chiaramente.
Una società che, come scrivono Gabriele e Caroppo, richiede di normalizzare piuttosto che di comprendere. Di fronte a questa emergenza, la scuola italiana si trova drammaticamente impreparata sul piano strutturale e su questo punto voglio essere chiara e forse scomoda. L’Italia è uno dei pochi paesi europei che non prevede la figura dello psicologo scolastico come presenza stabile e integrata nell’organico delle istituzioni scolastiche.
La prof.ssa Incani ha dichiarato poi sull’importanza della presenza del supporto psicologico nelle scuole.
Non esiste nel nostro ordinamento un profilo professionale riconosciuto di psicologo o counselor scolastico con una collocazione istituzionale definita. Ciò che esiste è un mosaico frammentato di interventi che dipendono troppo spesso dalla buona volontà dei singoli, dalla capacità progettuale dei dirigenti plastici e dalla disponibilità di finanziamenti precari.
Il bonus psicologo introdotto nel 2022 è stato sicuramente un segnale importante, ma resta una misura individuale e non sistemica. I protocolli di intesa tra il MIM tra il Ministero e l’ordine degli psicologi hanno prodotto linee guida, ma non strutture permanenti. I fondi del PNRR destinati al benessere psicologico nelle scuole sono finanziamenti a termine che rischiano di creare i servizi temporanei destinati a scomparire una volta che i fondi saranno esauriti.
Il risultato è che la prevenzione e l’intercettazione del disagio psichico nelle scuole italiane sono affidate essenzialmente a tre risorse fragili.
Primo la sensibilità personale dei docenti che vi assicuro fanno tantissimo e sono in trincea quotidianamente. Però molto spesso non hanno una formazione specifica in salute mentale e sono sovraccaricati da compiti, didattici, amministrativi e sempre più spesso educativi in senso lato.
Secondo i progetti extracurricolari, sportelli di ascolto, laboratori sulle emozioni per corsi di educazione affettiva che sono validissimi, ma per definizione stessa temporanei, discontinui e purtroppo non riescono a raggiungere in modo capillare tutti gli studenti, perché la visione è su base volontaria e già molto spesso riconoscere e quindi usufruire di un servizio è difficile.
Terzo, figure di sistema come i referenti per il bullismo o i coordinatori dell’inclusione che svolgono queste funzioni in aggiunta al proprio carico di lavoro senza un riconoscimento economico adeguato e senza un mandato clinico. Il libro ci offre una chiave di lettura preziosa per comprendere questa situazione.
La maestra Emanuela Proietti dell’I.C. di scuola primaria di Lariano ha confermato quanto riportato dalla collega, evidenziando le difficoltà riscontrate con i più piccoli, ma anche nei confronti con i genitori.

Se il bambino ha dei problemi a casa, si vede. Noi insegnanti cerchiamo di avere un buon rapporto con i genitori. Comunque io sono un genitore, quindi mi metto nei loro panni. Dove ci sono le difficoltà, noi siamo alla base dove dobbiamo parlare con quei genitori dei bambini che hanno disagi, che poi dobbiamo etichettare perché dobbiamo fare tutte quelle relazioni, i piani funzionali, con la ASL, eccetera.
Quindi noi dobbiamo scoprire insieme il disagio di questo bambino e come lo diciamo al genitore? Noi lavoriamo ogni giorno sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Studiamo, poi si crea la rete con lo psicologo, con la logopedista, con tutti gli altri. Dobbiamo lavorare insieme.
In trenta anni di attività, ho visto cambiare generazioni di bambini e di genitori, che negli ultimi anni hanno più difficoltà, perché sta cambiando tutto. Ci sono questi dispositivi che ci hanno allontanato nel dialogo con i nostri figli, mentre una volta c’erano meno disagi anche a livello linguistico, perché le mamme parlavano con i figli, li stimolavano. Oggi no, oggi c’è il dispositivo, il bambino ti ripete a memoria un video che ha visto, senza averlo capito.
L’intervento del vicesindaco di Velletri Chiara Ercoli, che è anche assessore alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e alle Politiche Giovanili, ha descritto le difficoltà e l’impegno come amministratore.

Quando incontro la cultura giovanile, cerco sempre di stimolare loro a fare delle proposte. Non sono riuscita a farmi dire che cosa vogliono. Gli ho proposto di provare a fare un questionario anonimo e non riescono a dirmi, hanno difficoltà a tirare fuori le loro emozioni e i loro desideri.
Le mie deleghe sono quelle più povere di risorse, perché quando si taglia si va lì, ma è l’intervento in quei campi che porterà probabilmente ad avere meno problemi domani, in tanti settori.
Il Palio Teatrale Studentesco è un progetto di cui vado veramente fiera perché credo che la recitazione è importante, per mettersi nei panni dell’altro, tirare fuori le proprie emozioni. Io trovo che sia anche catartica. E vedo che sta avendo successo.
Un altro progetto a cui tengo regolarmente è quello sul bullismo con l’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio giovanile, che è una cosa strutturata. Il progetto si chiama “Campioni di vita” perché prevede lo sport, l’incontro con campioni olimpici e paralimpici.
Oltre al mondo di medici, psicologi e insegnanti, c’è poi quello del volontariato. Durante il dibattito, è intervenuta Ombretta Colonnelli, presidente dell’associazione A.N.D.O.S. di Velletri-Lariano, che si occupa di assistenza alle donne che affrontano il cancro alla mammella e che, nel loro percorso di cura, hanno necessità anche di un supporto psicologico.

In quindici anni, ci rendiamo conto, che probabilmente abbiamo sopperito un po’ all’ASL, perché nel 2015 sono state costituite le Breast Unit, dove per poterle accreditare era necessaria la figura dello psicologo, che prima di quella data era a semplice richiesta. Ma una donna, quindi il centro della famiglia, che quando si ammala praticamente si ammala tutta la famiglia, non ha il coraggio di dire: “Ho bisogno di un supporto psicologico”.
Durante il periodo della pandemia, la richiesta d’aiuto è arrivata maggiormente da donne che erano uscite dalla malattia già da dieci anni. Questo per noi è stato un sintomo forte, tant’è che lo scorso anno abbiamo dato vita anche a un questionario fatto con Crea Sanità, dove è emerso un altro dato.
Le più sole, le più spaventate, che hanno maggior bisogno di supporto psicologico sono le donne giovani, sotto i 40 anni che noi vediamo comunque come le donne forti che reagiscono di fronte a una diagnosi di malattia. Noi ci occupiamo prevalentemente di tumore al seno, lì dove ci può essere un disagio nascosto. Al momento della diagnosi di malattia, il problema non è più la malattia, riemerge tutto.
Quindi noi ci siamo trovati a fare auto mutuo aiuto, che sembra una stupidaggine di fronte alle questioni strutturate, ai centri di salute mentale, se parliamo di studi di psiconcologia, ma a volte bastava la chiacchierata, la condivisione, la risposta a una domanda che non si aveva mai avuto il coraggio di fare all’oncologo, perché magari ci si sentiva sciocche. quindi diciamo che la rete creata intorno, e sono parole che io ho ritrovato molto nel libro, è accoglienza, centralità e presa in carico.
“L’importanza della prossimità nella presa in carico della fragilità, vulnerabilità e deprivazione” sarà proprio il tema del 43° Congresso dell’A.N.D.O.S. Nazionale ETS, che sarà ospitato a Velletri dal 14 al 16 maggio 2026.
A conclusione dell’incontro, l’intervento della psicoterapeuta, allieva del prof. Franco Basaglia, la dr.ssa Giuseppina Gabriele.

Avete dimostrato con questi interventi che è possibile realizzare dei desideri, perché sia Emanuele che io, quando abbiamo scritto questo libro, lo abbiamo fatto un po’ per suscitare dibattito, che possa suscitare discussione, idee, che possa promuovere politiche, una cosa di tutti per tutti”. Il tema della complessità come paradigma è squisitamente basagliano.
Soprattutto per quanto attiene agli esseri umani, stiamo parlando di elementi di sofferenza che hanno una grande complessità, quindi una multifattorialità, che dipendono da tante cose: il trauma, il bambino, la mamma, l’attaccamento, i problemi sociali, la miseria umana, la miseria materiale, la miseria culturale. Tutte queste cose convergono nel creare la sofferenza dentro un individuo.
E allora, se tutti possiamo comprendere una cosa – che però nell’accademia, nell’università, sembra che il problema sia soltanto il farmaco –, se soffriamo per motivi molto complessi che ognuno di noi potrebbe descrivere, perché poi il paziente ha un livello di dolore molto più alto, ma la sostanza è umana come la nostra, com’è che poi nella cura possiamo fare delle semplificazioni?
La cura deve avere un approccio globale che tenga conto di questa complessità. Allora, questo è culturale, di comunità, di rete, psicologico, sociale, e anche farmacologico, quando serve. L’importante è passare da questo sistema di repressione del sintomo a uno invece di incontro con la persona, che rende tutti più curabili e più guaribili anche.

Più volte è stata anche sottolineata l’importanza delle attività artistiche come strumento di espressione ma anche terapeutico, motivo per cui le scuole si occupano di offrire ai ragazzi laboratori di teatro e di musica, ma anche attività sportive, che creino confronto, crescita e interazione sociale.
Come testimonianza dei benefici dell’arte, ha concluso l’incontro la cantautrice JMII, ossia Mariella Cesaroni, vincitrice di Ro-Mens (Festival di promozione e prevenzione diffusa della salute mentale) 2025, che ha condiviso la sua esperienza raccontando “il suo disordine perfetto” attraverso una sua canzone.
Dalla quarta di copertina: “‘La cura come rischio necessario’ è una dichiarazione di fiducia nelle persone, nella comunità e nel futuro della salute mentale pubblica in Italia”.
Serena Squanquerillo
Articolo pubblicato anche sul giornale l’Artemisio di Velletri.

